Animali
Uomo e fauna selvatica
L’attività umana ha trasformato i paesaggi naturali per secoli, ma una nuova ricerca suggerisce che la fauna selvatica potrebbe reagire alle persone stesse con la stessa intensità con cui reagisce agli ambienti creati dall’uomo.
Combinando i dati sul monitoraggio degli animali con registri anonimi sulla posizione dei telefoni cellulari, gli scienziati sono riusciti a distinguere l’influenza della presenza umana dagli effetti di strade, città e altri cambiamenti permanenti del paesaggio.
Lo studio, pubblicato su Science, ha analizzato i dati sui movimenti di 4.581 mammiferi e uccelli appartenenti a 37 specie negli Stati Uniti continentali. I ricercatori hanno confrontato periodi corrispondenti del 2019 e del 2020, quando le restrizioni dovute al COVID-19 provocarono importanti cambiamenti negli spostamenti delle persone.
Un raro esperimento naturale
La pandemia ha creato un’opportunità insolita per gli scienziati. Normalmente è difficile misurare direttamente la presenza umana, perché i dati dettagliati sugli spostamenti raramente sono disponibili al pubblico. Gli studi precedenti sulla fauna selvatica si basavano quindi spesso su indicatori indiretti, come lo sviluppo urbano, i terreni agricoli o l’esistenza di misure di lockdown.
Per questo progetto, tuttavia, i ricercatori hanno avuto accesso a dati anonimi di geolocalizzazione dei telefoni cellulari a livello di quartiere. Hanno combinato questi dati con informazioni GPS settimanali provenienti dagli animali monitorati, riuscendo così a esaminare la risposta della fauna selvatica ai cambiamenti nel numero di persone presenti in una determinata area, senza che il paesaggio cambiasse necessariamente.

Scott Yanco, ecologo della ricerca presso lo Smithsonian’s National Zoo and Conservation Biology Institute e coautore principale dello studio, ha spiegato che la disponibilità insolita dei dati sui telefoni cellulari durante la pandemia ha permesso al team di misurare la presenza umana in modo più diretto rispetto a quanto normalmente possibile. Ha osservato che ciò ha contribuito a rivelare effetti che sarebbero sfuggiti a un’analisi basata esclusivamente sulle modifiche dell’habitat.
Le persone contano quanto i luoghi
I risultati hanno mostrato che le risposte della fauna selvatica non potevano essere generalmente spiegate soltanto dai cambiamenti del paesaggio. Circa il 57% delle specie studiate era influenzato sia dalla presenza umana sia dalla trasformazione dell’ambiente da parte dell’uomo.
La presenza umana era associata a cambiamenti nella quantità di territorio utilizzato dagli animali o nelle dimensioni della loro nicchia ambientale nel 67% delle specie di mammiferi e nel 68% delle specie di uccelli.
I due effetti interagivano inoltre tra loro. In molti casi, la risposta di un animale alle persone dipendeva da quanto l’area circostante fosse già stata modificata, mentre l’effetto dei cambiamenti del paesaggio dipendeva in parte dal numero di persone presenti.
Circa il 67% delle specie di mammiferi e il 41% delle specie di uccelli riduceva la quantità di habitat utilizzato in risposta all’influenza combinata delle persone e delle trasformazioni del paesaggio. Gli animali sembravano particolarmente sensibili alla presenza umana nelle aree relativamente poco sviluppate, compresi i parchi nazionali, rispetto agli ambienti fortemente urbanizzati.
Specie diverse, reazioni diverse
Uno dei risultati più evidenti è stato che la fauna selvatica non reagisce agli esseri umani in un unico modo prevedibile.
I lupi, per esempio, ampliavano l’uso del proprio habitat quando erano presenti le persone. I ricercatori hanno suggerito che ciò potrebbe riflettere la lunga storia di conflitti tra la specie e gli esseri umani, che potrebbe spingere i lupi a disperdersi o a percorrere distanze maggiori nel tentativo di evitarli.
Il cervo dalla coda bianca mostrava una risposta diversa. La sua nicchia ambientale si ampliava con l’aumento delle modifiche del paesaggio, ma si riduceva con l’aumento della presenza umana. Le gru canadesi mostravano invece il modello opposto.
Ruth Oliver, assistente alla cattedra presso la Bren School of Environmental Science & Management della UC Santa Barbara e coautrice principale dello studio, ha spiegato che queste reazioni contrastanti evidenziano la necessità di strategie di conservazione progettate per le singole specie, invece di basarsi su ipotesi generali sul comportamento della fauna selvatica. Ha sottolineato che ogni specie ha esigenze di habitat, comportamenti e minacce differenti.
Cosa significano i risultati per la conservazione
Lo studio fa parte della più ampia COVID-19 Bio-Logging Initiative, che ha esaminato il modo in cui gli animali hanno reagito ai drastici cambiamenti dell’attività umana durante la pandemia. La collaborazione internazionale ha coinvolto circa 600 partner e raccolto circa un miliardo di dati sulla posizione di circa 13.000 animali.
I nuovi risultati suggeriscono che la pianificazione della conservazione potrebbe dover considerare non solo le infrastrutture permanenti, ma anche quando e dove le persone sono fisicamente presenti. Questo potrebbe influenzare le decisioni sull’accesso dei visitatori, sulle aree protette e sulla programmazione delle attività umane negli habitat più sensibili.

Tuttavia, lo studio non dimostra se questi cambiamenti comportamentali siano vantaggiosi o dannosi per la fauna selvatica. Gli animali potrebbero adattarsi con successo, oppure i loro spostamenti modificati potrebbero riflettere una situazione di stress. Oliver ha affermato che il team di ricerca sta ora studiando se gli animali che modificano il proprio comportamento in risposta alle pressioni umane siano esposti a un rischio maggiore o minore di morire.
La ricerca aggiunge quindi un importante elemento alla comprensione delle interazioni tra esseri umani e fauna selvatica. Strade e città sono chiaramente importanti, ma lo è anche la semplice presenza delle persone — e specie diverse possono reagire in modi radicalmente differenti.